mercoledì 16 gennaio 2008

Eclisse Totale del Cuore



Girati,
Di tanto in tanto sono malinconica e tu non ci sei mai
Girati,
Di tanto in tanto mi stanco un po' di sentire il rumore delle mie lacrime
Girati,
Di tanto in tanto sono un po' nervosa perchè i miei anni migliori se ne sono andati
Girati,
Di tanto in tanto sono un po' terrorizzata e poi vedo lo sguardo dei tuoi occhi
Girati, occhi lucenti,
Di tanto in tanto cado a pezzi
Girati, occhi lucenti,
Di tanto in tanto cado a pezzi
Girati,
Di tanto in tanto sono un po' irrequieta e sogno qualcosa di selvaggio
Girati,
Di tanto in tanto sono un po' indifesa e rimango come una bambina tra le tue braccia
Girati,
Di tanto in tanto sono un po' arrabbiata e so che dovrei sfogarmi e piangere
Girati,
Di tanto in tanto sono un po' terrorizzata ma poi vedo lo sguardo nei tuoi occhi
Girati, occhi lucenti,
Di tanto in tanto cado a pezzi
Girati, occhi lucenti,
Di tanto in tanto cado a pezzi
E ho bisogno di te stanotte
E ho bisogno di te ora più che mai
E se solo tu mi stringerai saldamente
Rimarremo stretti per sempre
E noi ce la faremo
Perchè insieme non sbaglieremo mai
Possiamo arrivare fino in fondo
Il tuo amore è come un'ombra che sta su di me per tutto il tempo
Non so cosa fare e sono sempre nell'oscurità
Stiamo vivendo in una polveriera e stiamo facendo scintille
Ho veramente bisogno di te stanotte
Sempre comincerà stanotte
Sempre comincerà stanotte
Una volta ero innamorata
Ma ora sto solo cadendo a pezzi
Non c'è nulla che possa fare
Un'eclisse totale del cuore
Una volta nella mia vita c'era la luce
Ma ora c'è solo l'amore nelle tenebre
Nulla che possa dire
Un'eclisse totale del cuore
Girati, occhi lucenti
Girati, occhi lucenti
Girati,
Di tanto in tanto so che non sarai mai il ragazzo che avresti voluto essere
Girati,
Di tanto in tanto so che sarai l'unico che mi voleva nel modo in cui sono
Girati,
Di tanto in tanto so che non c'è nessuno nell'universo tanto magico e meraviglioso
Girati,
Di tanto in tanto so che non c'è nulla di meglio e non c'è nulla che non farei
Girati, occhi lucenti,
Di tanto in tanto cado a pezzi
Girati, occhi lucenti,
Di tanto in tanto cado a pezzi

venerdì 4 gennaio 2008

Capitolo Cinque


L'amore

"Non hai voglia di fare un cazzo", questo dopo una vita passata con lui, si è sentita ripetere Elisa. E' vero non ha voglia di fare quello che non sa. Elisa è consapevole che quello in cui si sta adoperando è ben più che fare, è essere, è costruire, è impegno, impegno che non ha termine, è impegno per la vita, è ciò che ha giurato di fronte a Dio. E' esserci, come oramai non c'è nessuno, è ipotecarsi in quello in cui crede, è dare amore, presenza ai propri figli, è indirizzarli e seguirli, è accompagnarli per mano mentre attraversi la strada, è aspettarli all'uscita e comprargli il gelato, è ritrovarli dopo un duro allenamento in palestra, è ascoltare le loro insicurezze e dargli una risposta, è sopportarli nelle loro litigate, è svolgere i compiti con loro, è dargli il tuo appoggio nei loro esami, è accontentarli nel limite di una sana educazione, è aspettarli dopo una festa, è gestire il proprio tempo in funzione loro, è essere con loro sempre …è esserci. Curare la loro salute, fargli da mangiare, la spesa, mettere a posto, lavare i panni, smacchiarli. Quante madri sono ancora occupate a fare questo? Quante non hanno demandato ad altri la cura e l'educazione dei figli, quante lo fanno solo perché è loro dovere? Accontentare il marito nelle sue esigenze, combattere con il suo disordine, con i suoi orari-non orari, con la sua presenza sempre a termine, accettare la
sua scala di priorità, lasciar correre se la casa va in malora, se il rubinetto del bidè e della cucina perde da anni, se non funziona la doccia, se non puoi attaccare le tende, o i quadri, se il riscaldamento non va, se la piscina gonfiabile non filtra, se il giardino è secco, se la sala è piena di muffa… non sono priorità per lui. Il lavoro è prioritario, perché ci dà da mangiare. Accetta Elisa tutto questo per amore, non per logica, non per un discorso di priorità. Perché allora sentirsi accusare di trascurare il frutteto, di non fare abbastanza marmellate e sprecare la frutta, di non amministrare le persone che dovrebbero collaborare, di non gestirsi l'enorme casa?… La gente vuole essere pagata per sostituirti e se non si può pagare, chiedere a Elisa di risolvere, è solo crudeltà. E' vero, c'è chi sta peggio, chi non ha casa, chi non ha orto… ma questo non può essere per Elisa una colpa, non è vissuta in un mondo di bisogno, non ha avuto problemi di casa o di soldi, ringrazia, ma non ha colpe. E' ingiusto farle ricadere la sofferenza dell'umanità sulle spalle, quando per lui è stato lo stesso! Non è andato in Vietnam, se per questo non ha fatto neanche il militare. Chi ha peccato scagli la prima pietra. Elisa, il suo ruolo di madre e moglie lo svolge senza chieder aiuto a nessuno. Il suo ruolo di moglie diventa pesante, quando non le si riconosce il suo operato. Si chiude, fantastica su una nuova vita, si chiede se quell'uomo che ha scelto è veramente quello giusto, si chiede quanto gli può dare, si chiede se è veramente amore. Entrano in crisi i meccanismi della coppia, entra in crisi Elisa, che vorrebbe andarsene e ricominciare tutto, in un altro modo, con un altro uomo, con un'altra vita. Cos'è l'amore? Un equilibrio instabile di due vite appese ad un filo. E' già dura per una persona, considerarne due è diabolico. Tutti noi sbagliamo, tutti perdiamo il filo, il senno, il senso. Ma perseverare nella propria logica, nel proprio senso di giustizia ci porta solo allo scontro. Come fare quando in una coppia solida si instaura il malefico dubbio di avere sempre ragione? A prescindere da quelli che sono i motivi di scontro (ognuno ha i suoi) come si fa ad andare oltre? Ognuno è trincerato nelle sue ragioni, ognuno ha avuto esperienza di questo, ognuno si sente non capito dall'altro. Tutte e due hanno ragione dall'esterno. Dall'interno però si osserva solo la propria e questo è grave. E' mancanza d'intelligenza? Di apertura mentale, di presenza? Secondo Elisa è solo mancanza di amore. Quando vive e subisce gli scontri con suo marito, quello che avverte è solo mancanza di amore e più passa il tempo, più la sente incolmabile. In cuor suo, ancora ignaro e forse ingenuo, pensa possa esserci una risoluzione felice, ma da parte sua, di lui, non c'è la stessa finalità. Si sentirà tradita, abbandonata, lasciata, senza averne capito i motivi, come al solito. Allora vi chiederà a voi di spiegarglielo! Non hai voglia di fare un mazzo! Quest' accusa le risuonerà nella mente come una sentenza. A volte conviene mettere a tacere il cuore, aspettare e nell'attesa cercare di capire. Ma se gli insulti diventano pesanti, se le accuse cominciano a fare male, se le umiliazioni si trasformano in ferite gravi, come si fa a ricominciare? Come si fa a ricominciare ad amare? Non fate, per carità, il discorso ad Elisa dell'amor filiale… è vero è fondamentale, ma non è la soluzione a tutti i problemi. "Fallo per i figli, altrimenti ne soffriranno le conseguenze!" E' vero, bisogna tenerne conto, ma non è determinante. E' una scusa, che ci consente di continuare solo perché è doveroso. E' come accettare un dogma senza avere la fede. Per questo la religione fa acqua. Si seguono le regole senza sentirle proprie. La soluzione non si deve trovare solo perché si hanno dei figli, si deve trovare perché si ha l'obbligo di essere felici. Non si può buttare all'aria ciò che si è voluto prima dei figli, qualcosa che si è cercato per noi stessi. Elisa ha cercato Lui . Questo è il punto di partenza e deve essere il punto di arrivo. Nel mezzo c'è solo il caos della vita e questo non ci deve far perdere la bussola, la direzione che abbiamo scelto. A volte capita di sentirci sviati, fuori strada, forse con un piccolo sforzo si può riuscire ad ascoltare…a parlare con qualcuno a cui si vuole bene, aprire il proprio cuore, avere un fratello… questo fa bene ad Elisa. Elisa stasera ha visto un film bellissimo, "L' ultimo Samurai". Un film epico, pieno di emozioni, di amore, di onore, tutte cose che le piacciono moltissimo. Una cosa l'ha veramente colpita: una donna non deve combattere affianco al suo guerriero, non deve fare l'amazzone…deve solo fargli indossare l'armatura.

domenica 16 dicembre 2007

Capitolo Quattro

Ira

Quell'odioso e tanto potente sentimento che ti parte dallo stomaco, che ti fa male, perché senti improvvisamente di essere stato colpito, di essere vulnerabile e non divino, di poter cadere davanti ad un altro essere umano, di poter essere sconfitto… e mentre stai elaborando tutto questo, la rabbia esplosa nello stomaco comincia a salire su per il torace, ti prende la gola, la voce si fa acuta, stridula, monocorde e arriva finalmente al cervello dove, incontrollata, brucia anche quei pochi neuroni che avevi! E rechi danno. Rispondi a cavolo a tua moglie, accecato dall'ira, nel pietoso tentativo di difendere la tua lesa maestà, oppure prendi il telefono e cominci ad insultare il tuo migliore amico senza freni inibitori, o peggio ancora, sferri un cazzotto in piena faccia al tuo datore di lavoro, tutto questo perdendo di vista le due cose più importanti: il motivo della rabbia…e le sue conseguenze! Molto spesso più gravi della causa, più dolorose e comunemente non prive di risultati negativi. Quanti sensi di colpa ha collezionato Elisa per questa rabbia indomata, che scatta se toccato, o solo sfiorato uno dei suoi punti deboli. Elisa non sopporta incominciare una discussione sentendosi affermare che ha sbagliato. Quale esperienza le richiama quella sensazione di attacco, di accusa, cosa le scatena la rabbia? E' la chiave di tutta la sua vita. Le vengono in mente le scuole elementari. Una maestra, la sua per cinque anni, la umilia davanti a tutta la classe per aver svolto un compito non corretto. Le prende il quaderno e urlando, lo getta in mezzo alla classe. Cosa aveva fatto di così terribile Elisa? Doveva riempire i quadretti del foglio con delle "o" e per sbrigarsi, guardando la televisione, aveva ingrandito sempre di più questa vocale, fino a renderla così gigante da farne quattro per foglio. Le pareva una soluzione soddisfacente… Non è stato così per la maestra che, gettandole il quaderno in mezzo alla classe la umiliò a tal punto da farle guadagnare il titolo di bambina intelligente, che non si impegna. Un classico, quando non si riesce a classificare e comprendere un bambino. Da allora, la vita di Elisa fu segnata da momenti di ira, ogni qualvolta si sentiva dire…stai sbagliando. Si può sempre cercare, di vedere nel nostro passato, possiamo sempre combattere con i nostri fantasmi? Tanto di cappello alla psicanalisi, doverosa, ma fuorviante… ma quanti traumi possiamo razionalizzare, quanti scheletri riusciamo a tirar fuori? Quanta rabbia possiamo giustificare? Ognuno di noi ha la propria, vai ad analizzare la rabbia di un bambino iracheno o di un palestinese, o di un ebreo, o mussulmano che ha perso i genitori o visto sterminata la famiglia! Le nostre sono pippe del mondo occidentale, del "mondo evoluto". Elisa si consola con queste valutazioni, si giustifica, ma in cuor suo sa che deve affrontarsi. Tutto deve cominciare con lei, con le sue scelte, lei è il punto "zero".

domenica 25 novembre 2007

Capitolo Tre

Accidia

La solitudine, non solo quella fisica, a detta di tutti è una brutta bestia, ma ad Elisa non le ha mai disturbato rimanere sola, essere sola. Nel sentirsi così si è veramente liberi, c'è una libera esplosione del pensiero, come una bomba a mano, una deflagrazione, il pensiero si fa in miliardi di pezzi…e chissà chi o cosa colpiscono! E' bello liberare la mente, con la solitudine dentro si aumenta la capacità di percezione delle cose, si sente la vibrazione del mondo, si ha quasi la capacità di capirlo. Ci si lascia navigare nell'assoluto. Il problema sorge se si rimane incastrati in questo senso di solitudine, se questa dimensione diventa prevaricante. Allora sono guai perché una mera speculazione diventa malattia, incapacità di vivere con gli altri, sentirsi rifiutati, diventa depressione e paura. Allora c'è solo un modo. Guardare all'obiettivo. Domandarsi cosa si vuole essere e cosa si vuole fare. Rientrare nel mondo reale ed attivarsi, non aspettare, non crogiolarsi, non isolarsi. Non è facile. Si può finire per cercare a tutti i costi un "Dio", di avere una fede, perché questa ci aiuti a giustificare la nostra indolenza o incapacità di fare, la nostra perdizione. Si invoca, si prega, …"Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, la saggezza di conoscerne la differenza". E' la preghiera laica degli A.A. alcolisti anonimi. Come lo sa Elisa? Ha letto un libro di un giovane scrittore che modificandola ha fatto sua questa preghiera…plagio? Non si sa, in ogni modo la sua insaziabile e ostinata curiosità, la sua disinvolta esplorazione dell'animo umano e del suo fondo ha portato Elisa a fare sempre esperienze uniche, a conoscenze che per molti, per etica, per costume, per educazione, per vigliaccheria saranno sempre proibite.

sabato 10 novembre 2007

Capitolo Due

La Superbia

Seduta ferma nel cortile, guardando la finestra, aspettando. Aspettando cosa? La morte. Elisa cos'è per te la morte? Adesso che hai toccato il fondo, perché hai perso una persona che ami, adesso che senti forte, amplificato, perché la tua anima si è spogliata di tutto, ha abbandonato le inutili maschere, perché adesso non servono più… non serve più niente adesso. Come vivi la morte? La morte per Elisa, d'Elisa. Questo è importante.
1° Ogni morte è personale
2° Ogni morte assume, di conseguenza, valori ed intensità diverse
3° La morte è uguale per tutti
Sembra un paradosso e lo è. Quanti ascoltando le disgrazie degli altri si permettono di sentenziare, si sentono coinvolti razionalmente, fanno paragoni con la propria esperienza, con la propria sofferenza. La disgrazia accomuna, non si vuole essere da meno. A volte si fa a gara a chi è più disgraziato, perché la sofferenza eleva, ci fa sentire più grandi, più importanti e ci giustifica agli occhi degli altri. Sempre paradossalmente, chi ha sofferto di più crea negli altri un sentimento di rispetto e nello stesso tempo di superiorità. Il dolore degli altri ci fa sentire meglio, ma non vogliamo rinunciare all'orgoglio di avere sofferto allo stesso modo, anzi di più. Il primato. Non gliene frega niente a nessuno del dolore degli altri, siamo tutti presi dal proprio e si fa una macabra e ostentata gara per trasformarlo in un dolore eccezionale. C'è dell'esibizionismo, mania di protagonismo, della mitomania. Certo che siamo strani! I meccanismi della mente umana sono infiniti. Non facciamo mai pace con il nostro cervello! Ma la sofferenza è uguale per tutti? Fondamentalmente si, ma la mente umana e l'umana presenza non è uguale. Ogni uomo è un mondo, una consapevolezza, un essere. Per questo diverso dagli altri. Il dolore d'Elisa è vissuto da Elisa, può avere affinità con altri dolori, perché l'esperienza, i modi, i tempi della morte possono sembrare simili, ma fondamentalmente sono unici. Ognuno ha e si sente il diritto di vivere il proprio dolore a modo suo. Questo è l'errore e questo è il paradosso: il dolore della perdita è universale, alla fine uguale per tutti, perché la morte e la nascita sono miracoli che ogni essere vivente è in grado di sperimentare. Ci accomunano e ci rendono tutti uguali.
Elisa seduta in cortile, davanti alla finestra dove è appena morta sua madre, sta aspettando di capire il significato della perdita. Forse ci si potrebbe anestetizzare. Coloro che subiscono, sfortunatamente, un lutto dietro l'altro, cosa possono fare, se non riconoscere un dolore già vissuto e quindi viverlo con minore intensità, come sotto effetto di un narcotico. Ci si fa l'abitudine anche alla sofferenza. Se così fosse Elisa avrebbe la capacità di uscire da questo baratro e di risentire scorrere il sangue, che ora si è gelato nelle vene, rendendo il suo corpo rigido, immobile. Il pensiero delle plurime morti che danno esperienza della perdita la inorridisce! Magari una… meglio nessuna e coltivare l'incapacità di viverla! Che strano, si dice vivere la morte. Anche questo è un paradosso. Non si può vivere la morte, perché questa è scomparsa, non esistenza, assenza. Si può vivere la perdita, si può cercare di razionalizzarla, oppure spiritualizzarla con l'accogliente e tranquillizzante fede, che giustifica il dramma, che motiva la disgrazia, che ammorbidisce il dolore con la prospettiva di una vita ultraterrena, cui si è chiamati perché è scritto nel gran libro del proprio destino. Ma chi non ha fede come fa? A cosa si aggrappa per colmare il gran vuoto che lascia una persona molto amata, che fino ad ieri c'era e oggi non c'è più? In questa grigia alba milanese, nel cortile, guardando la finestra da dove per una vita ha visto affacciare sua madre, per lanciarle le chiavi dimenticate, un sorriso o un urlo, da dove la vista bambina, poi donna, poi moglie e madre, da dove l'ha salutata anche l'ultima volta, Elisa si sente così... come una stronza…abbandonata e tradita.

Capitolo Uno

Chi è Elisa

Elisa è una donna di 42 anni, con due figlie, Sara di cinque anni e Giulia di 10, sposata con un uomo, Matteo, non con un marito che è una parola che le
sta tanto odiosa. Richiama subito un cliché. Quando si dice "ti presento mia moglie o mio marito" ti appaiono subito degli stereotipi. Immagini il marito un
gran lavoratore, che porta lo stipendio a casa, che ritorna la sera esausto e che non vuole essere disturbato dai figli per vedere il telegiornale in pace (questo non è molto diverso dall'uomo d'Elisa!). Per moglie s'intende una casalinga, frustrata nei lavori di casa e presa dai figli senza avere mai tempo per se stessa, che cammina e vive a testa bassa, per rialzarla ormai solo
quando sarà troppo tardi per tutto (e questo non è molto diverso per Elisa!).
Quanto è bello invece presentarsi agli altri e dire " questo è il mio
uomo…questa è la mia donna". Come suona tutto più passionale, più
misterioso, più complice, più posseduto, più vero. Non c'è però da
meravigliarsi tanto, viviamo in una realtà dove tutto è banalizzato, etichettato,
semplicemente strumentalizzato. Ma queste cose le sapete, solo che alla fine
sembra che tutti, chi più chi meno mirino solo ad uniformarsi, ad identificarsi,
ad omologarsi. E' da pazzi avere coscienza di questo e diabolico
perseverare! Pochi hanno il coraggio di vivere fuori degli schemi e difendere i
propri principi così diseguali, così fuori dalle righe o dal seminato…ma se si vive in campagna! Solo qualche vero artista lo fa e allora…che crepino gli artisti! Inserita Elisa nel banale quadretto familiare andiamo oltre, perché la famiglia tanto si racconterà da sola. Parliamo d'Elisa, la bell'Elisa che ha un piccolo problema…sta cercando la felicità!

Prefazione


L'ottavo vizio capitale

Nella religione Buddista vengono chiamate "Illusioni" da cui bisogna distaccarsi per purificare il proprio Karma e continuare a reincarnarsi in un altro essere umano e non animale, fino al raggiungimento, grazie alla pratica del Dharma, della completa Illuminazione. Nella religione cattolica sono "Vizi Capitali", da cui dobbiamo rifuggire se non vogliamo vivere all'Inferno la nostra eternità che, invece, seguendo i precetti della chiesa, dovremmo poterla trascorrere tranquillamente in Paradiso. Questi sono:
· Ira (lasciarsi facilmente andare alla collera)
· Accidia (la pigrizia, l'ozio, la poca voglia di fare, ma in origine indicava l'apatia, il disinteresse verso gli altri e verso la vita)
· Lussuria (chi è dedito e succube dei rapporti sessuali)
· Avarizia (mancanza di generosità, colui che è taccagno, ma in origine indicava la tendenza all'accumulo eccessivo ed ingiustificato, la tesaurizzazione)
· Gola (chi si abbandona ed eccede nei piaceri della tavola)
· Invidia (desiderio malsano verso chi possiede qualità, beni o situazioni migliori delle proprie)
· Superbia (colui che si erge in netta superiorità rispetto agli altri, facendo pesare la propria situazione di rilievo)
Naturalmente per me non sono tutti . Ne manca uno, il più importante, perché il più terribile, capace di scatenare tutti gli altri sette, spesso tutti insieme! L'ottavo vizio capitale è l'Amore, quel tremendo sentimento incontrollabile, che si scatena nei momenti più impensati, che ti fa rincretinire, diventare un altro, perdere il controllo, che ti fa fare le cose più improbabili e folli, che ti scatena la lussuria, per prima, poi l'invidia, l'ira, ti solletica la superbia, l'accidia, l'avarizia quando ci litighi, a volte la gola perché sei troppo felice o troppo triste, insomma un sentimento, un vizio che ti riduce in cenere,come ha ridotto la città di Troia per colpa poi dell'amore tra Paride e la bella Elena!

Stai Lontano da me
Nota dell'autrice

Non c'è la presunzione di scrivere un saggio, né un trattato di filosofia e neanche di sostenere temi alla giovane Werther. E' già stato scritto tutto, il meglio della letteratura. Ma c'è bisogno di questo, di questo scritto e di questo scrivere. Il motivo? Siamo tutti strumenti, siamo strumenti di Dio, o se preferite, dell' Energia Universale. Attraverso il nostro nevrotico "gettar" pensieri su carta, Lui ci fa capire chi siamo, di cosa siamo fatti e mostra lentamente i suoi "Disegni" In questo scritto c'è la curiosità d'Elisa di viaggiare nei meandri della sua mente, di darsi delle risposte, di cercare di riavvolgere la matassa della sua esistenza, di comprenderne il suo significato più profondo e chissà forse di riuscire a viverla solo con un po' più di sicurezza e di serenità. Solo una sequenza di pensieri e di riflessioni messi su carta, che altrimenti fluttuano indisturbati nella sua mente a tutte le ore del giorno e della notte. Tutto questo inquadrato secondo lo schema logico dei "vizi capitali", in cui si cade tutti, prima o poi. L'amore, l'ottavo vizio che racchiude tutte le esperienze e stati d'animo comuni a ogni essere umano, è il filo conduttore del vissuto di Elisa, una donna come tante con una seria propensione a vivere e ad amare, non senza un po' d'ironia. Questo libro è scritto con il cuore.
Daniela Rindi